home di Nuovi Panorami

Lazio-directory: storia e luoghi

 

La ricchezza di Santo Stefano Rotondo

Da qualunque parte si arrivi, la Chiesa di Santo Stefano Rotondo, in cima alla collina del Celio, è comunque nascosta alla vista e una cinta di mura custodisce e nasconde allo sguardo dei più il tesoro e la ricchezza di quei pochi metri della Roma antica e medioevale.
Varcato il cancello del muro di cinta, ciò a cui ci si trova di fronte è una stradicciola all'interno di un giardino; fatti pochi passi si sarà di fronte all'ingresso della chiesa. Non si tratta certo di un ingresso monumentale e questo rende ancor più grande la sorpresa che si prepara all'interno.


foto A.Montesanti, cortesia www. photoroma.com

La ricchezza a cui si è accennato parlando di Santo Stefano Rotondo è riferita alle numerose e eterogenee testimonianze archeologiche ed artistiche presenti in questo luogo. Cominciando a leggere questa chiesa dal periodo più antico, nel 1973 fu scoperto, e successivamente reso visibile, un santuario del dio Mithra, il culto del quale era stato importato a Roma in epoca imperiale dall'Asia Minore, convivendo con la religione ufficiale.
Si tratta di uno dei culti orientali, insieme eterogeneo in cui vengono inclusi ad esempio anche il culto della dea madre e i culti egiziani, in particolare quello di Iside. La caratteristica principale che unisce questi culti è quella di offrire garanzie ai singoli fedeli di salute e di prosperità in questa vita e prospettive di salvezza nell'aldilà a coloro che hanno goduto del rituale iniziatico. Questo tipo di manifestazioni religiose non richiedevano un'adesione esclusiva da parte dei loro fedeli: erano tuttavia più sollecite nel rispondere ai bisogni dei singoli in questa vita e dopo la morte rispetto alla religione ufficiale. Gli studiosi hanno definito questo tipo di culti come misterici, facendo riferimento alla precipua struttura rituale di tipo esoterico ed iniziatico grazie alla quale gli uomini, partecipando emotivamente della vicenda dolorosa patita dalle divinità, si assicuravano un bel vivere in questa vita e una prospettiva beata nell'aldilà.
La storia di Mithra racconta che il dio sacrificò all'interno della grotta cosmica il toro primordiale (compiendo quella che viene definita una tauroctomia) a fine di promuovere la fecondità della terra che soltanto grazie al suo intervento diventa definitivamente un kosmos, un mondo ordinato: dalla coda dell'animale ferito nacquero inoltre delle spighe di grano. Nelle rappresentazioni sono raffigurati anche gli dei planetari e i segni zodiacali portando ad una rilettura in tal modo della mitologia classica per inserirvi figure straniere, provenienti da altri culti. Dopo l'uccisione dell'animale, il dio si nutrì delle sue carni in un banchetto al quale partecipò anche Sol; alla fine fece un viaggio sul carro di questo al termine del quale, accolto dal Leontocefalo, figura umana con testa di leone e in corpo avvolto dalle spire di un serpente, sembrerebbe essere uscito dalla scena cosmica ed aver oltrepassato il cielo delle stelle fisse. I santuari nei quali si officiavano le celebrazioni liturgiche e si svolgevano i banchetti avevano l'aspetto di una grotta: elementi comuni erano la penombra costante, elementi litici murati nelle pareti e nella volta la quale spesso era dipinta di azzurro e adorna di stelle. Sempre presente era un'immagine di Mithra scolpita o affrescata. Il base alle conoscenze archeologiche che si possiedono della zona si è dimostrato che il santuario del dio era stato collocato all'interno degli edifici dei castra peregrinorum, i primi resti dei quali furono scoperti nel 1905 a sud della Chiesa, durante la costruzione del Pio Istituto dell'Addolorata. Questi castra, che si estendevano sulla collina del Celio, avevano le funzioni di una caserma adibita, a partire dalla media età imperiale, all'alloggio dei soldati distaccati a Roma dalle regioni provinciali; questo corpo speciale era definito dei peregrini.

Oltre al santuario di Mithra vi erano anche altri luoghi di culto all'interno di queste caserme come il Templum Iovis Reducis e un santuario del Genius Castrorum. L'edificio dei castra interessato dal santuario (classificato come edificio B) fu costruito attorno al 160 d.C. mentre la prima installazione del culto può datarsi attorno al 180 d.C. Il Mitreo subì anche una ristrutturazione alla fine del III d.C. secolo creando una struttura dalle dimensioni complessive di ca m 9,50x10, uno dei mitrei più grandi tra quelli scavati finora a Roma.
Il santuario era decorato con affreschi fatti di specchiature bianche con disegni di elementi vegetali, divise da lesene in verde e rosso. Vi erano poi due podi laterali sui quali prendevano posto i fedeli, un corridoio centrale e una nicchia sul muro di fondo contenente un altorilievo in stucco policromo rappresentante Mithra tauroctono tra i due dadofori Cautes e Cautopates (alcuni frammenti sono stati rinvenuti sul pavimento nel corso degli scavi archeologici). La seconda fase del Mitreo è databile alla fine del III secolo: questo subì un allargamento e quindi si trovò ad occupare un'altra camerata dell'edificio B. La nicchia della prima fase del mitreo fu coperta con un grande rilievo marmoreo policromo con Mithra tauroctono e i dadofori (ritrovato anch'esso spezzato sul pavimento): vi appare, in un'iconografia non comune, una figura volante con fiaccola (identificata come Hesperos) davanti alla raffigurazione di Luna sul carro trainato da una coppia di buoi e un animale ai piedi del dadoforo Cauropates, che dovrebbe essere un gallo ma ha piuttosto l'aspetto di una civetta. Alla seconda fase appartiene anche l'altare a gradini nei pressi del quale fu rinvenuta una statua marmorea, alta poco più di un metro, di Mithra petrogenito. Furono ritrovati durante gli scavi anche una piccola vasca di marmo colma di ossa di gallo e numerose epigrafi di militari fedeli al culto del dio. Inoltre furono rinvenuti oggetti riferibili ad altri culti, in particolare una testa marmorea di Iside e una statuetta marmorea di Telesforo, provenienti probabilmente da altri luoghi di culto all'interno dei Castra.

Alcune testimonianze archeologiche hanno dimostrato che il santuario di Mithra fu frequentato anche dopo l'abbandono dei Castra (avvenuta dopo la metà del IV secolo in seguito alle successive ondate di invasioni barbariche) per essere poi distrutti prima della rasatura di tutte le strutture romane alla stessa quota e della realizzazione del riempimento per la costruzione della Chiesa agli inizi del V secolo. La zona dei Castra diventò probabilmente proprietà della Chiesa grazie all'imperatore come avvenne anche nel caso del Laterano la cui area della caserma degli Equites Singulares fu donata dall'imperatore Costantino al Papa per la costruzione della grande basilica episcopale della comunità cristiana di Roma.
Il committente della grandiosa Chiesa di Santo Stefano Rotondo era probabilmente legato al Papa Leone I (440-461 d.C.) il quale aveva già promosso la costruzione di un'altra chiesa dedicata a Santo Stefano sulla via Latina. La costruzione della Chiesa di colloca intorno al 460 d.C., sotto il regno dell'imperatore Libio Severo (461-465 d.C.): due monete di questo imperatore sono infatti state rinvenute nel riempimento della fossa di costruzione del secondo colonnato nel settore sud della Chiesa e l'analisi degli anelli delle travi del tetto indicano che i fusti sono stati tagliati poco dopo l'anno 455 d.C. (da ricordare che il legname nei lavori di carpenteria viene utilizzato fresco). La costruzione presenta un impianto architettonico assai poco comune e in un'unica struttura si combinano due tipi edilizi caratteristici dell'architettura tardoantica: l'edificio a pianta centrale con deambulatorio e quello a forma di croce greca. Queste tipologie architettoniche furono usate per la prima volta negli edifici cultuali cristiani del IV secolo e in particolare nelle Chiese donate dall'imperatore Costantino: in molti casi era egli stesso a progettarle come nel caso della cattedrale di Antiochia, a pianta centrale, e della Chiesa dei Santi Apostoli a Costantinopoli, a forma di croce greca.
L'idea di un edificio a forma di croce nasce in questo periodo ed è particolarmente usato nelle strutture dedicate alle memorie dei martiri: la forma si riferisce alla croce di Cristo come simbolo della vittoria del Salvatore sulla morte e sul male. Secondo questo tipo di lettura Santo Stefano Rotondo, memoria del Protomartire Stefano, si inserisce in questa tradizione riferendosi alla morte del martire e alla sua vittoria a imitazione di Cristo. L'edificio a pianta circolare è composto da una parte centrale con un tamburo alto 22,16 metri che poggia sopra un colonnato architravato di 22 colonne. Questo vano centrale è circondato da due anelli dei quali quello esterno è diviso da quattro bracci di croce in quattro settori diagonali. Il secondo anello e i bracci di croce si aprono verso l'ambulacro più interno della chiesa mediante una fila di arcate mentre i vani interni del secondo anello si affacciano sui bracci di croce con una lunga apertura tripartita a Serliana. Ne deriva un effetto al tempo stesso di trasparenza e di monumentalità il tutto ottenuto anche utilizzando tecniche architettoniche non monumentali, come nel caso dei vani interni dei settori diagonali coperti con tubi fittili, dando un grandioso senso di capacità costruttiva. Di tubi fittili è anche composta la volta centrale autoportante, come nella Chiesa di San Vitale a Ravenna: questo sistema venne scelto perché una cupola di struttura convenzionale avrebbe esercitato una spinta eccessiva sulle pareti di scarico.
Le ultime ricerche hanno dimostrato che l'edificio originario era costruito dal susseguirsi di spazi aperti e coperti creando un gioco di luce e ombra e di corpi alti e corpi bassi che culminano nel tamburo centrale. Rimosso il pavimento rinascimentale nelle zone nord-est e sud ovest sono stati ritrovati resti del pavimento antico del V secolo composto di lastre di cipollino di 90 cm di larghezza affiancate da lastre più strette: questo ha permesso di ricostruire il disegno originario del pavimento composto, secondo l'ipotesi, di quadrati intersecati diagonalmente. Del pavimento della parte non è stata ritrovata nessuna evidenza ma anch'esso era probabilmente costituito da grandi lastre di marmo. All'interno dell'edificio sono stati inoltre ritrovati resti di opus sectile di marmi pregiati e, nei muri, file di buchi per perni di marmo e ganci che fissavano le lastre di marmo alle pareti confermando il disegno dell'interno della chiesa compiuto da Baldassarre Peruzzi all'inizio del Cinquecento. Solo i sondaggi stratigrafici hanno invece permesso di collocare l'altare dalla chiesa antica nel vano centrale, nell'area sud-ovest recintata.
 
Un contrasto si legge tra il progetto grandioso della chiesa, l'architettura monumentale di grande prestigio e la trascuratezza nell'impiego dei materiali della decorazione architettonica: infatti lo spessore del blocco all'altezza del profilo superiore dell'architrave marmoreo risulta di differente spessore (da 95cm fino a 1,10m), le modanature dei blocchi sono lavorate con estrema negligenza e molte delle colonne sono di differente qualità. Queste colonne probabilmente vennero prelevate da un magazzino di marmi e di spoglie di elementi architettonici dal momento che le botteghe di lavorazione, attive in epoca imperiale, in quel momento erano già in dismissione. Questa situazione eterogenea è simile a quella che si presenta a Santa Maria Maggiore dove, nel Settecento, Ferdinando Fuga decise di sostituire i capitelli tardoantichi per renderli tutti uguali Questa situazione porta a pensare che gli elementi tradizionali della decorazione architettonica, nel periodo a cavallo tra antichità e medioevo, hanno perso valore e la loro collocazione è diventata irrilevante nel contesto architettonico. Innocenzo II (1130-43) nel dodicesimo secolo aggiunse il portico, a cinque arcate su colonne antiche con capitelli tuscanici, e la triplice arcata interna, mentre l'architetto rinascimentale Bernardo Rossellino, nel 1453, nel restaurarla su incarico del papa Niccolò V (1447-55), consolidò le coperture ma eliminò l'ambulacro esterno e tre dei quattro bracci della pianta.
Sulle pareti del muro perimetrale, a partire del 1585, gli artisti Pomarancio, Tempesta e Bril dipinsero il Martirologio, 34 affreschi raffiguranti le persecuzioni afflitte dagli imperatori romani ai martiri. Questo particolare ciclo di affreschi fu pensato dai Gesuiti appartenenti al Collegio Germanico che aveva sede sul Celio, dopo l'assegnazione di Gregorio XIII (1572-85), presso la Chiesa di Santo Stefano Rotondo. Pomarancio, nel 1582, era già stato scelto dai gesuiti per dipingere una serie di affreschi riferiti sempre al martirio presso il Collegio degli Inglesi, sempre a Roma a due passi da Piazza Farnese. Presso il collegio germanico venivano istruiti i sacerdoti che sarebbero stati mandati nei territori tedeschi piagati dalla Riforma Luterana: questi religiosi quindi dovevano anche essere disposti al sacrificio della propria vita attraverso il martirio pur di riportare la popolazione tedesca sulla via della giusta fede. Ritorna quindi anche nella storia moderna della Chiesa il momento forte legato all'idea del martirio che aveva condizionato anche la forma stessa della Chiesa. Nella strutturazione teologica di questo progetto decorativo, secondo quanto scrive il canonico Piazza in Eorterlogio, entrarono le suggestioni derivate da uno scritto di padre Gallonio dell'Oratorio, Trattato degli Strumenti del martirio, pubblicato a Roma nel 1591 ma di cui i gesuiti erano già probabilmente a conoscenza. Sotto Nerone i cristiani vengono sbranati dai cani, sotto Marco Aurelio, Vittorio è gettato vivo nella fornace ardente; Corona muore fra due alberi che raddrizzandosi lo squartano; sotto Alessandro Severo, Marino ha il volto insanguinato da unghioni di ferro, Agata le mammelle recise; sotto Diocleziano, Vito, Modesto e Crescenzia vengono precipitati nel piombo fuso; sotto Massimiano, dei cristiani senza nome sono tagliati a pezzi, altri schiacciati sotto enormi macigni. Vi sono affreschi che descrivono fino a tre supplizi su piani diversi. Contro un pilastro della Chiesa vi è il seggio episcopale detto di San Gregorio Magno: in realtà si tratta di un sedile marmoreo di epoca imperiale al quale vennero scalpellati i braccioli e il dossale.
 
Di particolare richiamo la cappella dei Santissimi Primo e Feliciano, ricavata in una parte del braccio superstite della croce greca: di rilievo il mosaico del VII secolo raffigurante Cristo su Croce Gemmata (ma non crocifisso, secondo uno schema iconografico molto antico) tra i due santi titolari della cappella.
A chiudere la cappella di Santo Stefano d'Ungheria, omonimo del santo titolare della Chiesa, con il sepolcro degli inizi del XVI secolo.
Come si visto questi pochi metri quadrati sono densi di storia e di suggestioni che partendo dall'epoca post-classica si affacciano nell'epoca moderna fino ad arrivare al periodo barocco conservando i segreti di una religione misterica venuta dall'oriente e fondando la nuova spinta della religione cattolica in difficoltà nella vecchia Europa, dopo secoli di predominio incontrastato.
 
Romena Brugnerotto
(diritti di riproduzione riservati all'autrice)
 
 

The Church of Santo Stefano Rotondo

The church of Santo Stefano Rotondo, in the heat of the Celium Hill, is full of artistic and historical evidences: beginnig from the late antiquity when, over a roman barracks, there was a Mithreum, and in the same place was built the ancient church. The particularity of the church is that has both a greek cross plan and a central one, as the memorial of the martyrs were built.

During the Renaissance, the church has undergone some important changes of the plant and, during the Baroque ages, was decorated by the painters Pomarancio and Tempesta with 34 threatering stories of the Roman martyrs.

 
 

Bibliografia

 1979

Bianchi Ugo, MJ.Vermaseren (a cura di), La soteriologia dei culti orientali dell'Impero Romano (Atti del Colloquio internazionale su  "La soteriologia dei culti orientali dell'impero romano", Roma, 24-28 settembre 1979.

 1984

Male Emile, L'arte religiosa del '600, Jaca book, Milano, 1984

 2004

Bianchi Lorenzo (a cura di) I culti Orientali a Roma, Roma Archeologica, n. 21, Elio de Rosa Editore, febbraio 2004

 Brandenburg Hugo, Santo Stefano Rotondo sul Celio, l'ultimo edificio monumentale di Roma fra antichità e medioevo, in "Roma dall'antichità al Medioevo II. Contesti tardoantichi e medioevali", p 480-505, Electa, Milano, 2004

 Martin Archer, Santo Stefano Rotondo: stratigrafia e materiali, in "Roma dall'antichità al Medioevo II. Contesti tardoantichi e medioevali", p 506-516, Electa, Milano, 2004

 Pavolini Carlo, Aspetti del Celio fra il V e l'VIII-IX secolo, in "Roma dall'antichità al Medioevo II. Contesti tardoantichi e medioevali", p 418-434, Electa, Milano, 2004

 monumento correlato: Mausoleo di Santa Costanza/Basilica di Sant'Agnese

 

         home